Crisi della pastorale come crisi formativa\2 La persona via della pastorale

9 maggio 2011

Nel precedente Crisi della pastorale come crisi formativa?esprimevo l’opinione che un primo fattore della crisi della pastorale derivi dall’esaurimento o relativizzazione della narrazione della fede codificata nel Concilio di Trento. Facevo questa affermazione a partire dalla definizione della religione come linguaggio fatta dalla Scienze Umane (=SU).


Tuttavia le SU aiutano comprendere anche una seconda riflessione circa la crisi pastorale. Sempre a partire da quanto è avvenuto nella modernità riaffermo l’ipotesi è che il “modello di produzione” non sia adeguato alla presa di coscienza del destinatario dell’azione pastorale perché è tutto centrato sull’obiettivo di mantenere la correttezza (ortodossia) dell’informazione piuttosto che sulla relazione che si deve stabilire al fine di interiorizzare il messaggio stesso.

Qui in discussione non è il racconto che appare dissociato dalla cultura, ma il fatto che qualsiasi racconto o cultura sarebbe formalizzato (rimarrebbe estraneo) alla persona se il suo processo formativo prescindesse dalla persona come soggetto e via principale. In altri termini la finalità (prodotto) della interiorizzazione e trasformazione (assimilazione di competenze) dovrebbe essere oggi la logica da assumere nella preoccupazione di riadeguare il sistema formativo ecclesiale.


Sicuramente siamo tutti disposti a rispondere che sia il medium comunicativo “chiesa” a non essere adeguato. Ma qui è il punto. Quando affermiamo di essere disposti a modificare il modo di essere comunicativi della chiesa intendiamo che dobbiamo solamente trovare modalità di comunicazione diverse? Questo modo di pensare il problema non tiene conto che la comunicazione avviene tra soggetti di pari dignità. Il cosiddetto “destinatario” della azione pastorale è una persona. È la persona che è chiamata a prendere posizione nel primo annuncio; è la persona che – analogamente – deve crescere nella proposta cristiana. Il soggetto della crescita o della non crescita è la persona.


L’intero rapporto tra proposta e accoglienza si gioca all’interno della dinamica della identità personale (si comprende che qui non vogliamo discutere se l’identità si costruisce nella relazione o nell’autoaffermazione). Questa realtà è stata accentuata con lo sviluppo antropologico della modernità come si è delineata in occidente. Il processo di crescita della persona umana ha maturato una coscienza di soggettività e di libertà individuale che non può più essere disconosciuta.


Il passaggio, da quanto detto, al termine “formazione” è facile. Questo termine sta assumendo nella chiesa uno spessore notevole. Esso viene a significare appunto, un nuovo rapporto tra la Chiesa Madre e gli iniziati-discepoli. È attraverso la formazione che, in questo contesto di pluralità e soggettività, è possibile “autenticare” la libertà delle persone perché giungano alla adesione al Vangelo e ridefiniscano la propria esistenza secondo l’esperienza cristiana.
La formazione va compresa dunque come via/strumento di evangelizzazione e crescita della comunità.

2\ fine


Crisi della pastorale come crisi formativa\1

29 aprile 2011

Più volte ci siamo posti il problema se la crisi della pastorale non fosse solo di natura comunicativa ma anche più profonda. Facendo una analisi di qualità della situazione la crisi si può identificare nel prodotto offerto (non) più adatto alle esigenze dei destinatari; oppure al marketing per cui il prodotto non appare per il valore intrinseco che possiede;  oppure è una crisi di produzione per cui il prodotto originario viene realizzato secondo specifiche che lo snaturalizzato; oppure di costi di produzione per cui  il prodotto, pur ripetuto valido, non può essere acquistato. Sicuramente la crisi attuale è trasversale e riguarda ciascuno di questi elementi

Si tratta di capire l’attuale valore del dispositivo formativo della comunità. La teologia missionaria ci afferma che quando una persona “mossa dallo Spirito” si sente attratta alla vita cristiana allora la comunità è abilitata a generare figli cioè discepoli in un preciso contesto per una precisa missione. Da questo punto di vista una analisi adeguata si deve interrogare proprio su questo aspetto: perché la mozione dello Spirito non produce cristiani e comunità adulte nella vita cristiana? Perché il processo di produzione (la formazione)  nella comunità si è bloccato? Dove si pone il blocco?

Ritengo utile fare due riflessioni fondamentali.

La prima riflessione riguarda il rapporto religione e cultura nel nostro contesto. Come già affermato esso è inevitabile. Le Religioni affermano che il loro sapere deriva da una rivelazione per cui è la cultura che deve adattarsi e riferirsi ad esse. Le Scienze Umane (=SU) mettono in evidenza un altro aspetto. Le rivelazioni religiose rispondono in parte ai bisogni culturali dei diversi tempi. I principi fondativi possono avere anche una origine “trascendente” ma il loro rapporto con i gruppi sociali è storicizzato o adattato ai bisogni fondamentali dei una cultura. Se utilizziamo un concetto dinamico di Rivelazione questa affermazione non ci fa paura. Se non confondiamo l’azione rivelatrice dello Spirito di Dio con le interpretazioni progressive della verità che l’umanità e la chiesa riesce a fare, allora comprendiamo che le crisi culturali non sono ostacolo alla missione, ma il suo normale cammino. Alla luce dei principi fondativi narrati dentro le narrazioni raccolte nella Bibbia, la comunità cristiana può trarre con profitto cose nuove e cose antiche (Mt 13,52). Gesù stesso definisce la sua missione come ermeneutica della antica Legge (Mt 5,17).

Questa premessa mi porta a porre l’ipotesi se la crisi formativa della comunità non sia innanzitutto crisi della narrazione privilegiata nella modernità per veicolare l’interpretazione fondamentale della rivelazione. Essa è stata quella redentiva. Soprattutto dopo il concilio di Trento il mito fondatore (la esperienza fontale di Gesù di Nazaret) è stato veicolato con la narrazione che definiva come significato principale quello della risposta al bisogno antropologico di sentirsi perdonati dalla divinità.

Questa verità religiosa è collegata a diverse dimensioni umane che le SU hanno progressivamente sottolineato e scoperto. I gruppi sociali e le persone, cioè, univano a questo annuncio fondamentale dell’amore di Dio la speranza che anche le altre forme del potere si comportassero in modo analogo. Nel momento in cui i medesimi gruppi sociali (in Europa) hanno emancipato la società dalle forme di arbitrio politico, lo schema interpretativo della religione ha perso il suo valore sociale; è stato marginalizzato dalla cultura e lasciato alla libera scelta personale. Questo non significa che non è vero, ma che non serve più ad alcuni aspetti della cultura.

Il cristianesimo sarebbe all’esaurimento del suo ruolo sociale solo se possedesse questa sola interpretazione (narrazione) del suo racconto fontale. Ma non è così. Gli studiosi ci offrono la ricchezza delle interpretazioni e proposte del NT.

Dal punto di vista pedagogico questo significherebbe che, se questa ricostruzione ha una qualche validità, è allora comprensibile che anche le mediazioni pedagogiche (rito, dottrina, simboli, totem, calendario) soffrono della stessa crisi culturale. Esse sono improduttive perché “dissociate” dalla struttura culturale. Il ripotenziamento pedagogico del cristianesimo sarebbe allora collegato con la decisione pastorale di rivedere i grandi racconti o di renderle plurali. Non tanto nel rafforzamento affettivo del dispositivo precedente, ma nel suo ampliamento.  Oltre che questione di relazione generativa si tratterebbe di verificare se gli adulti nella fede appaiono “significativi” per il bisogno religioso e culturale della NG.

1\ segue


Cosa abbiamo detto a Natale?

30 dicembre 2010

Sarebbe una ricerca interessante verificare cosa nella chiesa italiana si sia detto per aiutare ad entrare nel Mistero del Natale. Ovviamente non è possibile.

Un qualche aiuto viene da Avvenire che, come dopo ogni grande festività, riporta anche se in modo sommario, le omelie di alcuni vescovi italiani. Utilizziamo liberamente queste presentazioni per continuare la riflessione sulla necessità di comprendere quali racconti stiamo utilizzando nel tentativo di ridire e ridirsi la fede.

1. Ci sono vescovi che invitano a recuperare il senso del Natale perchè includa nei festeggiamenti il…Festeggiato! La sua mancanza manifesta il crescente ateismo (nel senso di perdita di riferimento) della nostra società occidentale.

2. La maggior parte degli interventi si concentra sulla conseguenza solidale del Natale: la nascita di Gesù si invita alla vicinanza con gli ultimi e i sofferenti. Qualche vescovo include nella riflessione le situazioni storiche e i fenomeni sociali più ampi (Cristo ci porta la pace come fine di ogni oppressione). Solo qualcuno si interroga sulle mediazioni politiche di questo invito (illegalità e ingiustizia sociale). Ma la quasi  totalità non si preoccupa dei collegamenti interni al racconto del Natale-solidarietà. Quale racconto “di fede”, teologico, può sostenere questo invito perchè non sia percepito come occasionale, emotivo, individuale e moralistico? Qualcuno accenna alla conseguenza della nascita povera e della rivelazione di Dio nella povertà e piccolezza.

3. Solo un paio di vescovi organizzano la loro riflessione modulando il Natale come “nascita del significato” che rende piena la vita. Si usa il linguaggio della luce, del senso, della prospettiva della vita buona, dei valori autentici della vita, speranza  affidabile, dono di occhi nuovi su noi stessi, sugli altri, sul mondo. E’ la linea del Natale-illuminazione che in questo anno si declina anche con le espressioni educazione e vita buona. Anche questa prospettiva soffre di un racconto poco  convincente. Quale sarebbe la memoria che possa illuminare la vita quotidiana? Come collegare la narrazione dei Vangeli con il senso della Pasqua e della morte di Gesù? E come illuminare la vita con la formulazione ellenica del Credo? Non è questione di non riconoscere le verità fondamentali della fede ma di poterle narrare in rapporto alla quotidianità. Perchè non rimangano vuote.

4. Poche riflessioni rimangono con coerenza nella lettura pasquale del Natale. Con la nascita di Gesù giunge a noi la misericordia di Dio e il dono della redenzione che ci permette di rinascere a vita nuova. Spesso queste riflessioni non contengono, nel loro racconto, riferimenti alla realtà quotidiana.

In conclusione le sensazioni sono diverse. Non è praticamente presente l’annuncio “dogmatico” del Natale. Il problema non è l’incarnazione e il rapporto tra le persone della Trinità. Ma prevale l’interpretazione “storico-salvifica” del Mistero. Il senso per noi è al centro delle preoccupazioni dei vescovi. Si percepisce il desiderio di annunciare il senso di un evento ritenuto e sperimentato (in alcune riflessioni questo si avverte forte) come decisivo per tutti e non solo per i credenti. Ma questo bisogno di significato (meglio che “di senso”) si limita troppo alla sfera individuale? Sembra capace di generare solo impegni personali o testimoniali?

E soprattutto questo “annuncio” (è un vero Primo Annuncio) da quale racconto complessivo può essere sostenuto? Quale è la radice, la motivazione di fondo, per cui tale annuncio può essere “ragionevole” e non solo razionale ?

Per i riferimenti vedi su http://www.avvenire.it/

Aa.Vv., Nella Notte Santa una speranza per l’Italia, in Avvenire, 2010, 28 dicembre
Pittaluga P., Natale, la bellezza di accogliere Gesù, in Avvenire, 2010, 28 dicembre
Pittaluga P., I vescovi: «Natale, seme di futuro per l’umanità», in Avvenire, 2010, 29 dicembre.


Cosa diremo a Natale?

23 dicembre 2010

Sto iniziando a preparare la liturgia di Natale.  L’intera liturgia ha una ricchezza sempre nuova e sempre attuale a cui ispirarsi. Ma il peso della preparazione dell’omelia, l’azione propria del celebrante che fa risuonare il messaggio della fede confessandolo nell’oggi della comunità,  diventa sempre più pesante. Leggi il seguito di questo post »


Il primo annuncio\3 cenni bibliografici in Italia…

3 dicembre 2010

Nella riflessione pastorale di questi anni gli autori si sono mossi nella direzione della definizione di PA dentro il processo di evangelizzazione[i],
della indagine biblica tesa a definire il contenuto e le dinamiche del PA[ii] della analisi della cultura contemporanea[iii],
della analisi della situazione pastorale[iv],
della descrizione di esperienze[v]
e anche della recensione di tentativi di sussidiazione[vi].
Tenendo conto di questa enorme riflessione e sperimentazione colloco alcune riflessioni come sottolineature necessarie per una progettazione adeguata Leggi il seguito di questo post »


No alla pastorale “fotocopia”. Riflessioni sulla nuova evangelizzazione

1 dicembre 2010

Ridire la fede in parrocchia. Percorsi di evangelizzazione e di formazioneE’ in libreria un mio nuovo agile volumetto  dedicato alla definizione e organizzazione della rievangelizzaione degli adulti battezzati ma che non hanno realizzato una vera scelta per il vangelo

Sintesi

Senza un’adeguata pastorale degli adulti la comunità rischia di essere sterile, d’interrompere la trasmissione del messaggio tra le generazioni e soprattutto di non vedere come il Vangelo entra in dialogo con la cultura del nostro tempo e la feconda. A fondamento della “fatica” della nuova evangelizzazione sta quindi la motivazione missionaria. Leggi il seguito di questo post »


Il primo annuncio\2 tra dieci anni quanti ne avremo?

29 novembre 2010

Continuo la riflessione già iniziata con il post Il primo annuncio\1 dentro la svolta misisonaria…

Tipologie di primo annuncio

Prendiamo atto che esiste una pluralità di PA in Italia oggi. Il rapporto tra kerigma e interpretazione produce spiritualità plurali. La Cei, i movimenti e associazioni, gli ordini religiosi, si diversificano non tanto per la selezione del kerigma quanto proprio per la interpretazione o attualizzazione o spiritualità. In forma sintetica si possono trovare tre “racconti” o interpretazioni. Leggi il seguito di questo post »


Il primo annuncio\1 dentro la svolta missionaria…

25 novembre 2010

Sintesi intervento di Luciano Meddi, Napoli 24 novembre

Il ruolo del PA nella pastorale missionaria

1. nel rinnovamento pastorale. La riconsiderazione missionaria della pastorale (cf. AG e RM) vede l’agire ecclesiale secondo passaggi definiti: testimonianza della comunità e pratica dell’amore; dialogo con le culture e le religioni; evangelizzazione del progetto salvifico di Dio il cui nucleo essenziale è kerigma attraverso il PA, la iniziazione cristiana e la formazione cristiana. In questa prospettiva PA e kerigma coincidono . A tale proposito si deve sottolineare che il PA si collega inevitabilmente ad un programma di Nuova Evangelizzazione. Leggi il seguito di questo post »


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