Il comunicato finale della 63a Assemblea dei Vescovi. Verso un nuovo cristocentrismo?

31 maggio 2011

2011\ 31 MAGGIO\ Luciano Meddi

Il 27 maggio è stato diramato il Comunicato Finale della 63a Assemblea Generale dei Vescovi Italiani. L’Assemblea e il Comunicato era attesi per cogliere le prime linee di attuazione degli Orientamenti per il decennio. Dalla lettura integrale del testo si ricavano diverse indicazioni che qui vengono riassunte in modo schematico.

1. sembra esserci un centro teologico da cui partire per comprendere la missione della chiesa Italiana in questo periodo. La situazione religiosa è letta come tempo di “secolarizzazione costituisce la condizione normale per ciascuno” e tale situazione nasce storicamente dal “venire meno la fiducia che la singolarità di Cristo conferisca unità e senso a tutto ciò che è umano…Questa frattura ha aperto la strada alla privatizzazione della fede e alla costruzione di alternative culturali all’universalismo cristiano, sfociate nelle ideologie del Novecento” occorre quindi una pastorale missionaria “ che individua nel Cristo il principio che ridona respira a tutto l’umano” (n. 1)

2. più esattamente una rinnovata pastorale cristo-centrata viene definita come “necessità di contestualizzare l’opera educativa della Chiesa nel panorama culturale, consapevoli del fatto che è questo il momento per indicare strade che introducano e accompagnino all’incontro con Cristo” (n. 2)

3. Non mancano “nelle nostre comunità sperimentazioni stimolanti e buone prassi, soprattutto nell’ambito dell’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi: un primo obiettivo operativo sarà quello di una mappatura delle esperienze, che ne consenta una conoscenza più diffusa in vista del discernimento.” (n. 2)

4. “Accanto alla famiglia, rimane fondamentale il ruolo della parrocchia. Associazioni laicali, gruppi e movimenti vanno a loro volta valorizzati, verificandone con puntualità esperienze e proposte educative” (n. 2)

5. la lettura sociale dei Vescovi ha condiviso “la preoccupazione per la situazione di precariato lavorativo…l’impegno a investire energie per formare una nuova generazione di amministratori e di politici appassionata al bene comune” mentre si riconosce che gli abusi sessuali dei ministri ordinati sono “causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie, cui non cessiamo di presentare il nostro dolore e la nostra incondizionata solidarietà”. Inoltre i “Vescovi hanno chiesto con fermezza che le armi cedano il posto alla diplomazia” per la soluzione dei fatti del nord-africa (n. 3)

trovi il testo completo in http://www.chiesacattolica.it


Crisi della pastorale come crisi formativa\1

29 aprile 2011

Più volte ci siamo posti il problema se la crisi della pastorale non fosse solo di natura comunicativa ma anche più profonda. Facendo una analisi di qualità della situazione la crisi si può identificare nel prodotto offerto (non) più adatto alle esigenze dei destinatari; oppure al marketing per cui il prodotto non appare per il valore intrinseco che possiede;  oppure è una crisi di produzione per cui il prodotto originario viene realizzato secondo specifiche che lo snaturalizzato; oppure di costi di produzione per cui  il prodotto, pur ripetuto valido, non può essere acquistato. Sicuramente la crisi attuale è trasversale e riguarda ciascuno di questi elementi

Si tratta di capire l’attuale valore del dispositivo formativo della comunità. La teologia missionaria ci afferma che quando una persona “mossa dallo Spirito” si sente attratta alla vita cristiana allora la comunità è abilitata a generare figli cioè discepoli in un preciso contesto per una precisa missione. Da questo punto di vista una analisi adeguata si deve interrogare proprio su questo aspetto: perché la mozione dello Spirito non produce cristiani e comunità adulte nella vita cristiana? Perché il processo di produzione (la formazione)  nella comunità si è bloccato? Dove si pone il blocco?

Ritengo utile fare due riflessioni fondamentali.

La prima riflessione riguarda il rapporto religione e cultura nel nostro contesto. Come già affermato esso è inevitabile. Le Religioni affermano che il loro sapere deriva da una rivelazione per cui è la cultura che deve adattarsi e riferirsi ad esse. Le Scienze Umane (=SU) mettono in evidenza un altro aspetto. Le rivelazioni religiose rispondono in parte ai bisogni culturali dei diversi tempi. I principi fondativi possono avere anche una origine “trascendente” ma il loro rapporto con i gruppi sociali è storicizzato o adattato ai bisogni fondamentali dei una cultura. Se utilizziamo un concetto dinamico di Rivelazione questa affermazione non ci fa paura. Se non confondiamo l’azione rivelatrice dello Spirito di Dio con le interpretazioni progressive della verità che l’umanità e la chiesa riesce a fare, allora comprendiamo che le crisi culturali non sono ostacolo alla missione, ma il suo normale cammino. Alla luce dei principi fondativi narrati dentro le narrazioni raccolte nella Bibbia, la comunità cristiana può trarre con profitto cose nuove e cose antiche (Mt 13,52). Gesù stesso definisce la sua missione come ermeneutica della antica Legge (Mt 5,17).

Questa premessa mi porta a porre l’ipotesi se la crisi formativa della comunità non sia innanzitutto crisi della narrazione privilegiata nella modernità per veicolare l’interpretazione fondamentale della rivelazione. Essa è stata quella redentiva. Soprattutto dopo il concilio di Trento il mito fondatore (la esperienza fontale di Gesù di Nazaret) è stato veicolato con la narrazione che definiva come significato principale quello della risposta al bisogno antropologico di sentirsi perdonati dalla divinità.

Questa verità religiosa è collegata a diverse dimensioni umane che le SU hanno progressivamente sottolineato e scoperto. I gruppi sociali e le persone, cioè, univano a questo annuncio fondamentale dell’amore di Dio la speranza che anche le altre forme del potere si comportassero in modo analogo. Nel momento in cui i medesimi gruppi sociali (in Europa) hanno emancipato la società dalle forme di arbitrio politico, lo schema interpretativo della religione ha perso il suo valore sociale; è stato marginalizzato dalla cultura e lasciato alla libera scelta personale. Questo non significa che non è vero, ma che non serve più ad alcuni aspetti della cultura.

Il cristianesimo sarebbe all’esaurimento del suo ruolo sociale solo se possedesse questa sola interpretazione (narrazione) del suo racconto fontale. Ma non è così. Gli studiosi ci offrono la ricchezza delle interpretazioni e proposte del NT.

Dal punto di vista pedagogico questo significherebbe che, se questa ricostruzione ha una qualche validità, è allora comprensibile che anche le mediazioni pedagogiche (rito, dottrina, simboli, totem, calendario) soffrono della stessa crisi culturale. Esse sono improduttive perché “dissociate” dalla struttura culturale. Il ripotenziamento pedagogico del cristianesimo sarebbe allora collegato con la decisione pastorale di rivedere i grandi racconti o di renderle plurali. Non tanto nel rafforzamento affettivo del dispositivo precedente, ma nel suo ampliamento.  Oltre che questione di relazione generativa si tratterebbe di verificare se gli adulti nella fede appaiono “significativi” per il bisogno religioso e culturale della NG.

1\ segue


Da chi vogliamo essere cercati? E da chi vogliamo essere condotti?

21 febbraio 2011

Le vicende politico-sociali di questi mesi ci chiedono una riflessione pastorale seria.

Il post di F. Garelli su Famiglia Cristiana “Festini ad Arcore, cattolici divisi” è “sociologicamente chiaro”:

“Tra chi va a Messa alla domenica, il 28 per cento è indulgente verso Berlusconi, il 16 continua ad ammirarlo, il 6 si dichiara ancora suo tifoso; gli indignati sono il 13 per cento e i critici il 37. Dunque, fifty-fifty.
Ma il dato di maggior rilievo è il fatto che i più scandalizzati dalle recenti vicende di Arcore e dintorni (e dall’immagine che se ne dà delle donne) si ritrovano tra quanti non entrano mai in chiesa o lo fanno solo una tantum o nelle grandi festività. Dunque, i tolleranti abbondano più tra i praticanti regolari che tra i non credenti o i fedeli occasionali. D’accordo che i risultati dei sondaggi vanno presi con le pinze, per i molti che si rifiutano di rispondere al volo a questioni la cui maggior fonte di informazione sono i mass media”.

Tesi che il Garelli stava già suggerendo da alcuni anni (cf. Garelli F., Tendenze della religiosità in Italia. Un’indagine promossa da “Avvenire” quattro anni dopo quella dell’Università Cattolica, in La Scuola Cattolica, 1999, 127,2/3, 177-193;  L’Italia cattolica nell’epoca del pluralismo, Il Mulino, Bologna  2006;  La Chiesa in Italia, Il Mulino, Bologna  2007).
La conferma di questa tendenza viene anche da un sondaggio on-line su Famiglia Cristiana, a cui hanno partecipato 3.500 lettori: il 92 per cento ritiene che la reazione dei cattolici al caso Ruby-Berlusconi sia stata debole, a fronte soltanto del 7 per cento che la considera adeguata.

Questa analisi descrive bene la situazione per la quale i “vicini” utilizzano la esperienza liturgico-ecclesiale come conferma di una cultura che ha come centro l’individuo, il relativismo morale, la riduzione della solidarietà a qualche gesto di carità, la netta separazione tra Vangelo e vita. E’ la vittoria, la estrema manifestazione, di quella analisi di sociologia religiosa già fatta da Gc. Negri all’inizio degli anni ’60 quando individuava nel formalismo religioso la caratteristica tragica di una pastorale veritativa ( Negri Gc., Considerazioni sul fenomeno della dissociazione tra sapere religioso e mentalità di vita, in Orientamenti Pedagogici, 1961,8, 269-297).

Non sono esclusi da questa prospettiva anche la maggior parte degli aderenti alle nuove forma di vita cristiana: associazioni e movimenti. Se il silenzio “ufficiale” dei loro leader è motivato ovviamente da opportunità ecclesiastica,  è anche vero che indagini all’interno dei loro gruppi mostrerebbero le stesse forme di adesione che Famiglia Cristiana con il suo sondaggio ha ritrovato fuori dalle parrocchie.

A mio modo di vedere questa situazione, purtroppo, conferma analisi e considerazioni pastorali che vanno avanti ormai da una 15 di anni.

1. Non era infatti chiara la proposta di “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” là dove aveva giustamente introdotto una interpretazione a strati della comunità cristiana. Aveva introdotto la distinzione pastorale tra praticanti e gli “sporadici”.

CVMC scriveva al n. 46: “vogliamo delineare i due livelli specifici, ai quali ci pare si debba rivolgere l’attenzione nelle nostre comunità locali. Parleremo anzitutto di quella che potremmo chiamare «comunità eucaristica»… e la vasta realtà di coloro che, pur essendo battezzati, hanno un rapporto con la comunità ecclesiale che si limita a qualche incontro più o meno sporadico, in occasioni particolari della vita, o rischiano di dimenticare il loro battesimo e vivono nell’indifferenza religiosa”.

Il tentativo di “stratificare” i fedeli era corretto ma occorre avere il coraggio di fare analisi evangeliche e concludere che la NE riguarda soprattutto i vicini e gli operatori pastorali. Un serio progetto di Ridire la fede in parrocchia avrà come primo capitolo di un Progetto di catechesi proprio quello rievangelizzare questo nucleo centrale (Meddi L., Ridire la fede in Parrocchia. Percorsi di evangelizzazione e di formazione, Edb, Bologna  2010, capitolo 11).

Quale è esattamente il senso di espressioni tipo “C’è in Italia uno “zoccolo duro” della fede che permane; il problema è la trasmissione della fede ai giovani. È questa la grande sfida»”. Quale sarebbe lo “zoccolo duro” che abbiamo coccolato in questi anni?

2. Mette in crisi anche alcune scelte successive. Tra queste segnalo l’operazione  della “Lettera ai cercatori di Dio” voluta dalla  Commissione episcopale della Cei per la dottrina della fede, annuncio e catechesi (Il Regno, 2009, 54, 11, 344-368). Un testo per sè gradevole ma che non chiarisce proprio la questione di fondo: per il futuro del cristianesimo in Italia, da chi vogliamo essere cercati?

Una nuova evangelizzazione non può non partire se non dalla domanda ”chi sono coloro che desiderano ricominciare” facendo scelte precise in ordine ai nostri alleati ( Meddi L., Ridire la fede in Parrocchia. Percorsi di evangelizzazione e di formazione, Edb, Bologna  2010, c. 8).

3. La terza riflessione che la lettura pastorale della situazione attuale mi suscita non può esimersi da una domanda più difficile. F. Garelli conclude “Come a dire che c’è qualcosa che non va in “casa propria”, quando gli occhiali si appannano sino al punto da non vedere il danno etico che deriva al Paese e ai giovani da comportamenti privati di alti personaggi che fanno cultura pubblica”.

Giusto, ma occorre chiamare per nome le cose. Quello che non va è l’impianto, il dispositivo, l’orizzonte pastorale proposto o imposto alle chiese italiane negli ultimi 20 anni.

Non facciamo finta che tutto sia avvenuto all’improvviso. E’ anche frutto delle scelte pastorali messe in atto. Questo è il livello della riflessione che va affrontato con coraggio in vista di una nuova evangelizzazione. Sono state adatte le priorità, le letture pastorali, la determinazione degli obiettivi, la selezione delle leadership,  condotte nella Cei in questi anni? Ottima l’intuizione del “Progetto Culturale” della Cei, ma deve servire a sostenere il religioso e la formalizzazione religiosa dei cattolici ?

4. Le fatiche che stiamo vivendo in questi anni e i troppi silenzi con cui ci circondiamo, ci devono portare a ripensare – è questa la mia opinione – proprio le strategie di questo secondo post-concilio. Abbiamo preferito la via dell’appoggio dei poteri forti, ma questi non hanno mai sostenuto il Vangelo!

Si tratta di tornare alla idea di Missione di Giovanni XXIII, quella di una chiesa che agisce senza il potere politico (LG 8c). E’ una prospettiva missionaria che privilegia la riconciliazione con coloro che, a volte stando fuori dalla pratica religiosa, hanno a  cuore il principio della società solidale e universale. E’ necessario tornare ad una pratica missionaria messianica. Quella che usa, cioè, il linguaggio della predicazione di Gesù. Di nuovo al cuore della missione c’è la questione se dobbiamo privilegiare il vangelo o l’istituzione!


Catechesi: passione educativa!

14 febbraio 2011

IN SINTESI

Nella linea dei nuovi Orientamenti dei vescovi per la pastorale del prossimo decennio, la diocesi è invitata a continuare nel ripensamento della catechesi nella prospettiva educativa, facendo interagire persona, libertà e messaggio, avendo come orizzonte una offerta formativa centrata sulla formazione-abilitazione alla vita cristiana.


IL GIÀ FATTO
In questi anni il rinnovamento della catechesi ha insistito su alcuni cambiamenti e trasformazioni davvero necessari. Ricordiamoli:

Una catechesi permanente. Che accompagni tutte le età e le situazioni delle persone, per aiutare la crescita e maturità della fede in modo da acquistare la “sapienza cristiana” di vedere la vita; con il primato della catechesi degli adulti.

Una catechesi evangelizzante. Che rimetta al centro l’annuncio “provocante” del regno, la fede di Gesù di Nazaret, narrata nella Bibbia, con cui “evangelizzare”, dare senso e orientamento, alla vita.
Una catechesi nella e per la comunità. Che nasce dalla tradizione vivente di una chiesa locale e introduce a condividere la sua missione. Attraverso una azione integrata e integrale; coinvolgendo tutti i soggetti: ministeri e carismi. In modo particolare i giovani e gli adulti.

Una catechesi nella realtà del destinatario. Attenta alle età della crescita, alle sue possibilità di comprensione, ai suoi interessi e compiti vitali; attraverso una continua “correlazione” tra Vangelo e Vita.
Una catechesi attiva e coinvolgente. Che si realizza nello stile della ricerca comune, utilizzando i linguaggi e gli strumenti della comunicazione contemporanea, dentro luoghi di vera crescita nella fede.

L’INGRESSO DELLA PROSPETTIVA CATECUMENALE
In modo particolare in questo decennio passato abbiamo riconsiderato il principio iniziatico. Già a partire dal 1988 e poi nel 1991 soprattutto la catechesi dei ragazzi si è arricchita della prospettiva catecumenale.

Questo significa tenere presente non solo le età psico-sociali, ma anche i passaggi spirituali: la evangelizzazione, la formazione catecumenale, la celebrazione e la mistagogia. Ma quando riferiamo la iniziazione cristiana ai ragazzi occorre un ripensamento educativo: occorre tener presente i tempi della crescita e della libertà per evitare che sia sono una imposizione!

PENSARE EDUCATIVAMENTE: I NUOVI ORIENTAMENTI
Un nuovo invito. Gli Orientamenti pastorali del decennio che i Vescovi hanno elaborato ci avvertono che tutto questo non basta perché la situazione dei “processi formativi” in Italia non è favorevole alle scelte di vita centrate sui valori. Il seme del Vangelo cade su terreni non adatti. Occorre quindi ripensare l’evangelizzazione in termini educativi cioè – dice il testo – in modo relazionale, propositivo e trasmettitivo, coinvolgente, globale, integrato.

Significati dentro le parole. L’ingresso del tema “educazione” ci aiuta a riconsiderare nella pedagogia il triplice compito del trasmettere o socializzare, dell’educare o favorire personalizzazione e inculturazione dei valori in un progetto di vita, e formare cioè rendere abili ad usare gli strumenti della vita.

Insegnamento e apprendimento. “Educativo” inoltre, ci ricorda che l’azione pedagogica è un mixer sapiente del ruolo di chi educa e di chi trasforma se stesso. La pratica pedagogica più adatta è quella che si costruisce sull’apprendimento ovvero: le motivazioni, la decisione, la rete dei concetti, la sperimentazione e trasformazione, la sistemazione interiore.

Integrazione tra messaggio e struttura della persona. In buona sostanza educare significa sempre organizzare la proposta di crescita come qualcosa da offrire all’insieme e all’interno della persona che è fatta di tanti dinamismi e regole (motivazione, campo percettivo, compiti evolutivi) e campo valoriale, nella logica del progetto di vita (cioè visione e orientamento di sé).

La animazione come modello di apprendimento e di comunicazione educativa. Molti vedono moto utile questo stile pedagogico perché rende soggetto (autore, veicolo) dell’apprendimento la persona, l’insieme delle sue risorse e quindi la sua libertà.
La comunità di pratica luogo ideale. Educare inoltre mette in chiaro che il luogo ideale della crescita è una comunità in cui soggetti e agenti e agenzie sono in interazione.

I PASSAGGI EDUCATIVI DELLA EDUCAZIONE CRISTIANA
L’ingresso del tema “educativo” ci aiuta a riconsiderare le finalità della catechesi all’interno di tutto il processo pedagogico. Avremo così una catechesi organizzata attorno e come risposta ai compiti evolutivi della persona. Una catechesi che può raggiungere lo scopo di:

Socializzare ovvero trasmettere la religione cristiana e i suoi racconti ispiratori. Questo è necessario all’inizio di ogni percorso e in modo particolare nella età infantile.
Evangelizzare indica l’azione con cui si inizia a costruire un personale progetto di vita avendo il vangelo di Gesù come principio guida. Nel caso dei ragazzi (11-5 anni) significa dare risposte cristiane ai bisogni di crescita e di autonomia propri del cambio pre-adolescenziale.

Iniziare ovvero accompagnare la Iniziazione cristiana in una età in cui le scelte possono essere personalizzate (15-18) per cui è bene concluderla non prima della età adolescenziale attraverso una catechesi di ingresso progressivo nella comunità, la sua missione, sperimentando in concreto la vita cristiana. infondo con i ragazzi “iniziare” significa far fare esperienza in vista di una libera scelta (=mistagogia). Per iniziare, inoltre, è importante il processo di inculturazione cioè di appropriazione del messaggio secondo l’insieme della propria vita.

Formare cioè il compito attraverso cui la catechesi aiuta il concreto esercizio della vita cristiana. Essa giustamente si descrive in termini di competenze: la “comprensione” vita della Bibbia; la vita di fraternità; il proprio posto e vocazione nella comunità; la capacità di servizio e testimonianza del regno; lo sviluppo della spiritualità e vita liturgica personale e comunitario. Questo spiega bene perché la IC non può avvenire se non come mistagogia e in età adatta.

UN PROGETTO PARROCCHIALE
Tutto questo sta portando alla necessità di rivedere la organizzazione della “offerta formativa parrocchiale”, cioè dei tempi della catechesi.

Integrare ES e Lettera 1988. Oltre i modelli in atto (Dottrina, Scuola di catechismo, Catechesi per i sacramenti, catecumenato) nella prospettiva di integrare gli ultimi due modelli: rispetto delle età spirituali, secondo le età evolutive, rispetto dei compiti educativi. Una esemplificazione. Nel volume indicato propongo una organizzazione della IC dei ragazzi in 4 fasi; dalla nascita alla giovinezza, proprio secondo le dimensioni dell’educare. Un tempo della socializzazione (familiare e parrocchiale), della evangelizzazione della vita dei ragazzi, della iniziazione e inculturazione della fede.

PRATICA CATECHISTICA EDUCATIVA
ripensare educativamente la catechesi, infine, ci chiede di rivedere ancora il modo concreto di fare catechesi. Un rinnovamento, una comunicazione e ricerca di fede, che possiamo descrivere in almeno 4 dimensioni. Una catechesi centrata sui dinamismi di crescita della persona tiene sempre in conto:

L’obiettivo autoconsapevolezza per favorire e attivare la libertà di scelta attraverso la conoscenza di se stessi. I passaggi della ricerca di senso che sono la comprensione dei propri schemi mentali, quelli della cultura, verificando gli esiti o successo della vita.
L’inculturazione cioè la attenzione ad aiutare le persone a inserire il vangelo nelle esperienze di vita e linguaggi positivi della cultura. L’interiorizzazione in modo che, attraverso la spiritualità, la liturgia e la mistagogia, la posposta cristiana diventi principio ispiratore delle scelte quotidiane.
Il metodo della animazione culturale in modo che oltre il trasmettere ci sia la ricerca e la sperimentazione della vita cristiana.


Educazione e pastorale. Un rapporto inquieto

24 gennaio 2011

La relazione tra catechesi e educazione nel XX secolo nasce da diverse motivazioni.
Per una esigenza culturale in quanto gli stati moderni non accettano un insegnamento del catechismo scolastico che non si adegui agli standards pedagogici del tempo.
Da una esigenza missionaria che constata la crescente difficoltà dei ragazzi a prestare attenzione all’insegnamento religioso.
Infine da una motivazione più pastorale che riflette sulle possibilità di una vera interiorizzazione del messaggio e la crescita nella fede.

D’altra parte se da un lato da sempre catechesi e educazione si sono collegate, è anche vero che nel XX secolo tale rapporto è stato vissuto con una certa difficoltà dal magistero ma anche dagli operatori pastorali. I catecheti del congresso di Piacenza sono già consci di una rilettura pedagogica del catechismo, ma riusciranno a far accettare solo una distinzione dei ruoli tra la  teologia a cui spetta la definizione dei contenuti (Dottrina) e la pedagogia a cui spettano le strategie comunicative. L’esempio più evidente fu la “mediazione” realizzata da con Pavanelli e Vigna al Congresso di Brescia del 1912. Un modello che rimane ancora oggi la prospettiva più praticabile.

Chi tenterà di andare oltre verso una maggiore unità tra le due dimensioni, farà fatica ad essere accettato. Sia i metodi attivi della pedagogia catechistica francese, sia il cristocentrismo didattico del nostro G. Nosengo, subirono diverse e continue opposizioni. La più pesante riguardò J. Colomb che vide bocciato il suo progetto di riformulazione dell’itinerario catechistico a partire dal concetto di progressione psico-pedagogica dei catecumeni.

Come per tante altre opposizioni, fu il Concilio  a mediare posizioni più aperte.
Così CD 14 oltre a rinnovare le finalità della catechesi rinnova anche la pedagogia alla luce della situazione socio-culturale dei destinatari. Ai catechisti si chiede una formazione aperta alla pedagogia e sociologia. Per il concilio queste indicazioni non sono in contrasto con il modello catecumenale già presente nel medesimo paragrafo e più lungamente descritto in AG 14. Oggi noi siamo tornati invece a tale apparente contrapposizione.

Nella linea post-conciliare Dcg del 1971 proponeva un itinerario organizzato secondo lo sviluppo psico-sociale dei destinatari. A distanza di anni accettiamo volentieri l’integrazione di Dgc del 1997 che inquadra questa prospettiva in quella più ampia delle tappe teologiche e spirituali del cammino di fede ben descritte dal Rica (1978 – Oica 1972).

Tuttavia questo naturale collegamento venne “rallentato” da preoccupazioni di natura ideologica già alla fine degli anni ’60. La dimensione antropologica della catechesi si dovette “trasformare” in catechesi esperienziale! Si accentuò inutilmente la difficoltà pastorale della gestione di tale impostazione fino a tracciare netti confini a vantaggio della ortodossia dei contenuti a cui si deve ispirare una ortoprassi pedagogica (?).

In Italia questa stagione prese il nome di “istanza veritativa” (già nei primi anni ’80). Si tentò quindi la via tortuosa del recupero dei “quattro pilastri della catechesi” che dovevano rimandare ad una pedagogia che aveva solo il compito di meglio “comunicarli”.

Il primato dell’oggettivo oggi è di nuovo messo in crisi e molti si ritrovano nella “rilevanza antropologica dell’educazione cristiana” lanciata dagli ambiti di Verona.
Fa tuttavia pensare che coloro che hanno lanciato il nuovo rapporto tra antropologia e evangelizzazione (fino a sottolineare la necessità di una “sfida educativa”) sono gli stessi che hanno dato vita alla stagione dell’ortodossia ad oltranza.

Non possiamo poi nasconderci che la tensione e polemica tra le due dimensioni (educazione pastorale) ha guidato tutto il decennio dedicato al ripensamento della Iniziazione Cristiana. Qualcuno riuscì ad imporre, senza vero dibattito, un modello pastorale realizzato a partire da una “deduzione pedagogica” del primato liturgico-sacramentale.

Fa dunque pensare il fatto che gli Orientamenti dei vescovi per i nuovo decennio motivino, fin dalla apertura del documento, la loro riflessione con le parole di Benedetto XVI “siamo di fronte a «una grande ‘emergenza educativa’, confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita» (n. 12; cf. Benedetto XVI, Lettera del Santo Padre Benedetto XVI alla Diocesi e alla Città di Roma sul compito dell’Educazione, 2008, 21 gennaio).

Giudizio severo, ma giusto, che mi piace interpretare con il ricordo di un antico maestro che aveva visto, giustamente, nella dissociazione tra fede e vita, causata da un apprendimento formale del linguaggio religioso, il vero problema a cui dar risposta (Negri Gc., Considerazioni sul fenomeno della dissociazione tra sapere religioso e mentalità di vita, in Orientamenti Pedagogici, 1961,8, 269-297) ieri come oggi. In altre opere egli concludeva che non ci può essere altra strada per la realizzazione della integrazione fede e vita che la costruzione di un ponte tra messaggio e persona.

Non dobbiamo ripartire anche da qui per un ripensamento serio della pastorale catechistica e del compito di ogni comunità di farsi carico di educare la risposta di fede?


Il primo annuncio\3 cenni bibliografici in Italia…

3 dicembre 2010

Nella riflessione pastorale di questi anni gli autori si sono mossi nella direzione della definizione di PA dentro il processo di evangelizzazione[i],
della indagine biblica tesa a definire il contenuto e le dinamiche del PA[ii] della analisi della cultura contemporanea[iii],
della analisi della situazione pastorale[iv],
della descrizione di esperienze[v]
e anche della recensione di tentativi di sussidiazione[vi].
Tenendo conto di questa enorme riflessione e sperimentazione colloco alcune riflessioni come sottolineature necessarie per una progettazione adeguata Leggi il seguito di questo post »


Il primo annuncio\2 tra dieci anni quanti ne avremo?

29 novembre 2010

Continuo la riflessione già iniziata con il post Il primo annuncio\1 dentro la svolta misisonaria…

Tipologie di primo annuncio

Prendiamo atto che esiste una pluralità di PA in Italia oggi. Il rapporto tra kerigma e interpretazione produce spiritualità plurali. La Cei, i movimenti e associazioni, gli ordini religiosi, si diversificano non tanto per la selezione del kerigma quanto proprio per la interpretazione o attualizzazione o spiritualità. In forma sintetica si possono trovare tre “racconti” o interpretazioni. Leggi il seguito di questo post »


Il primo annuncio\1 dentro la svolta missionaria…

25 novembre 2010

Sintesi intervento di Luciano Meddi, Napoli 24 novembre

Il ruolo del PA nella pastorale missionaria

1. nel rinnovamento pastorale. La riconsiderazione missionaria della pastorale (cf. AG e RM) vede l’agire ecclesiale secondo passaggi definiti: testimonianza della comunità e pratica dell’amore; dialogo con le culture e le religioni; evangelizzazione del progetto salvifico di Dio il cui nucleo essenziale è kerigma attraverso il PA, la iniziazione cristiana e la formazione cristiana. In questa prospettiva PA e kerigma coincidono . A tale proposito si deve sottolineare che il PA si collega inevitabilmente ad un programma di Nuova Evangelizzazione. Leggi il seguito di questo post »


Educazione e pastorale\4. Obiettivi da realizzare nel decennio: la IC

12 novembre 2010

Continuando la lettura degli Orientamenti Cei per gli anni 2010-2010 a partire dal capitolo 5 dedicato alle “indicazioni per la progettazione pastorale” (vedi su questo blog la precedente analisi della prima parte) analizziamo la prima delle tre suggestioni (nn. 54-56). La situazione educativa attuale, infatti, richiede “nuove scelte di progettazione”. Il documento si concentra su tre ambiti privilegiati. Leggi il seguito di questo post »


Educazione e pastorale\3. Le aspettative degli Orientamenti Cei per gli anni 2010-2010

3 novembre 2010

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