Le vicende politico-sociali di questi mesi ci chiedono una riflessione pastorale seria.
Il post di F. Garelli su Famiglia Cristiana “Festini ad Arcore, cattolici divisi” è “sociologicamente chiaro”:
“Tra chi va a Messa alla domenica, il 28 per cento è indulgente verso Berlusconi, il 16 continua ad ammirarlo, il 6 si dichiara ancora suo tifoso; gli indignati sono il 13 per cento e i critici il 37. Dunque, fifty-fifty.
Ma il dato di maggior rilievo è il fatto che i più scandalizzati dalle recenti vicende di Arcore e dintorni (e dall’immagine che se ne dà delle donne) si ritrovano tra quanti non entrano mai in chiesa o lo fanno solo una tantum o nelle grandi festività. Dunque, i tolleranti abbondano più tra i praticanti regolari che tra i non credenti o i fedeli occasionali. D’accordo che i risultati dei sondaggi vanno presi con le pinze, per i molti che si rifiutano di rispondere al volo a questioni la cui maggior fonte di informazione sono i mass media”.
Tesi che il Garelli stava già suggerendo da alcuni anni (cf. Garelli F., Tendenze della religiosità in Italia. Un’indagine promossa da “Avvenire” quattro anni dopo quella dell’Università Cattolica, in La Scuola Cattolica, 1999, 127,2/3, 177-193; L’Italia cattolica nell’epoca del pluralismo, Il Mulino, Bologna 2006; La Chiesa in Italia, Il Mulino, Bologna 2007).
La conferma di questa tendenza viene anche da un sondaggio on-line su Famiglia Cristiana, a cui hanno partecipato 3.500 lettori: il 92 per cento ritiene che la reazione dei cattolici al caso Ruby-Berlusconi sia stata debole, a fronte soltanto del 7 per cento che la considera adeguata.
Questa analisi descrive bene la situazione per la quale i “vicini” utilizzano la esperienza liturgico-ecclesiale come conferma di una cultura che ha come centro l’individuo, il relativismo morale, la riduzione della solidarietà a qualche gesto di carità, la netta separazione tra Vangelo e vita. E’ la vittoria, la estrema manifestazione, di quella analisi di sociologia religiosa già fatta da Gc. Negri all’inizio degli anni ’60 quando individuava nel formalismo religioso la caratteristica tragica di una pastorale veritativa ( Negri Gc., Considerazioni sul fenomeno della dissociazione tra sapere religioso e mentalità di vita, in Orientamenti Pedagogici, 1961,8, 269-297).
Non sono esclusi da questa prospettiva anche la maggior parte degli aderenti alle nuove forma di vita cristiana: associazioni e movimenti. Se il silenzio “ufficiale” dei loro leader è motivato ovviamente da opportunità ecclesiastica, è anche vero che indagini all’interno dei loro gruppi mostrerebbero le stesse forme di adesione che Famiglia Cristiana con il suo sondaggio ha ritrovato fuori dalle parrocchie.
A mio modo di vedere questa situazione, purtroppo, conferma analisi e considerazioni pastorali che vanno avanti ormai da una 15 di anni.
1. Non era infatti chiara la proposta di “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” là dove aveva giustamente introdotto una interpretazione a strati della
comunità cristiana. Aveva introdotto la distinzione pastorale tra praticanti e gli “sporadici”.
CVMC scriveva al n. 46: “vogliamo delineare i due livelli specifici, ai quali ci pare si debba rivolgere l’attenzione nelle nostre comunità locali. Parleremo anzitutto di quella che potremmo chiamare «comunità eucaristica»… e la vasta realtà di coloro che, pur essendo battezzati, hanno un rapporto con la comunità ecclesiale che si limita a qualche incontro più o meno sporadico, in occasioni particolari della vita, o rischiano di dimenticare il loro battesimo e vivono nell’indifferenza religiosa”.
Il tentativo di “stratificare” i fedeli era corretto ma occorre avere il coraggio di fare analisi evangeliche e concludere che la NE riguarda soprattutto i vicini e gli operatori pastorali. Un serio progetto di Ridire la fede in parrocchia avrà come primo capitolo di un Progetto di catechesi proprio quello rievangelizzare questo nucleo centrale (Meddi L., Ridire la fede in Parrocchia. Percorsi di evangelizzazione e di formazione, Edb, Bologna 2010, capitolo 11).
Quale è esattamente il senso di espressioni tipo “C’è in Italia uno “zoccolo duro” della fede che permane; il problema è la trasmissione della fede ai giovani. È questa la grande sfida»”. Quale sarebbe lo “zoccolo duro” che abbiamo coccolato in questi anni?
2. Mette in crisi anche alcune scelte successive. Tra queste segnalo l’operazione della “Lettera ai cercatori di Dio” voluta dalla Commissione episcopale della
Cei per la dottrina della fede, annuncio e catechesi (Il Regno, 2009, 54, 11, 344-368). Un testo per sè gradevole ma che non chiarisce proprio la questione di fondo: per il futuro del cristianesimo in Italia, da chi vogliamo essere cercati?
Una nuova evangelizzazione non può non partire se non dalla domanda ”chi sono coloro che desiderano ricominciare” facendo scelte precise in ordine ai nostri alleati ( Meddi L., Ridire la fede in Parrocchia. Percorsi di evangelizzazione e di formazione, Edb, Bologna 2010, c. 8).
3. La terza riflessione che la lettura pastorale della situazione attuale mi suscita non può esimersi da una domanda più difficile. F. Garelli conclude “Come a dire che c’è qualcosa che non va in “casa propria”, quando gli occhiali si appannano sino al punto da non vedere il danno etico che deriva al Paese e ai giovani da comportamenti privati di alti personaggi che fanno cultura pubblica”.
Giusto, ma occorre chiamare per nome le cose. Quello che non va è l’impianto, il dispositivo, l’orizzonte pastorale proposto o imposto alle chiese italiane negli ultimi 20 anni.
Non facciamo finta che tutto sia avvenuto all’improvviso. E’ anche frutto delle scelte pastorali messe in atto. Questo è il livello della riflessione che va affrontato con coraggio in vista di una nuova evangelizzazione. Sono state adatte le priorità, le letture pastorali, la determinazione degli obiettivi, la selezione delle leadership, condotte nella Cei in questi anni? Ottima l’intuizione del “Progetto Culturale” della Cei, ma deve servire a sostenere il religioso e la formalizzazione religiosa dei cattolici ?
4. Le fatiche che stiamo vivendo in questi anni e i troppi silenzi con cui ci circondiamo, ci devono portare a ripensare – è questa la mia opinione – proprio le strategie di questo secondo post-concilio. Abbiamo preferito la via dell’appoggio dei poteri forti, ma questi non hanno mai sostenuto il Vangelo!
Si tratta di tornare alla idea di Missione di Giovanni XXIII, quella di una chiesa che agisce senza il potere politico (LG 8c). E’ una prospettiva missionaria che privilegia la riconciliazione con coloro che, a volte stando fuori dalla pratica religiosa, hanno a cuore il principio della società solidale e universale. E’ necessario tornare ad una pratica missionaria messianica. Quella che usa, cioè, il linguaggio della predicazione di Gesù. Di nuovo al cuore della missione c’è la questione se dobbiamo privilegiare il vangelo o l’istituzione!